Buone notizie, ma non per tutti. Una delle principali sorprese della legge di stabilità, gli 800 milioni di euro di sgravi fiscali a sostegno delle partite Iva, si è tradotto nel testo uscito dal Consiglio dei ministri in uno degli articoli più complessi dell’intero articolato: sette pagine e 38 commi che non aiutano a rispondere alla domanda che almeno 900 mila lavoratori autonomi, tanti sono quelli citati dal premier come possibili beneficiari, si sono posti mercoledì sera nella conferenza stampa successiva al varo della manovra: “Pagherò davvero meno tasse? E se sì, quanto meno?”.

Nuove norme alla mano, le premesse a prima vista non sembrano incoraggianti. L’imposta forfettizzata che sostituisce Irpef, Irap e altre tasse, riservata a coloro che fino ad ora si trovavano nel cosiddetto regime dei minimi – una fascia particolare di lavoratori con determinati requisiti anagrafici e reddituali – fino ad ora fissata al 5%, è stata triplicata dal governo al 15%. Lo sgravio si traduce quindi in un aumento di tasse? Non proprio.

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Il governo ha infatti ridisegnato completamente l’intera cornice fiscale per le partite Iva. Se il regime “dei minimi” era riservato a tutti i lavoratori sotto i 35 anni, con un reddito massimo di 30 mila euro indipendentemente dalla professione, le nuove misure allargano la platea dei possibili beneficiari cancellando il limite anagrafico e ridisegnando completamente alcuni dettagli fondamentali. A partire dalle soglie di accesso al regime forfettizzato. Non più un tetto fisso da 30 mila euro, ma soglie differenziate a seconda dei diversi settori professionali. “Il testo non è ancora chiuso, ma nell’ipotesi su cui si sta lavorando il governo ha individuato 10 diverse categorie professionali, con soglie di accesso differenziate dai 15mila ai 40mila euro”, spiega adHuffpost il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti. È questo, malgrado l’apparente veste tecnica, uno dei passaggi più controversi della riforma. E non a caso quello ancora custodito negli allegati al testo della manovra non ancora pubblicati. A seconda della categoria di appartenenza si abbasserà o si alzerà, rispetto al regime attuale, la possibilità di accedere al regime agevolato. Per alcuni – “liberi professionisti come medici e architetti o agenti di commercio”, spiega Zanetti – la soglia viene dimezzata da 30 mila e 15 mila euro, riducendo fortemente la platea di possibili beneficiari.

Ad esempio, un architetto con un reddito da 27mila euro annui, fino al 31 dicembre di quest’anno avrebbe potuto accedere al regime fiscale privilegiato. Dal 1 gennaio del prossimo anno un collega che guadagnasse la stessa identica cifra si troverebbe fuori dalla soglia, e sarebbe soggetto al regime fiscale tradizionale, molto più oneroso. Diversamente per altre categorie le nuove norme del governo sono un toccasana. È il caso dei commercianti, che si trovano nella parte più alta della forchetta, e per i quali la soglia di accesso al regime agevolato sale da 30 a 40 mila euro. Un lavoratore di questo settore con un reddito da 36 mila euro, ad esempio, oggi si troverebbe al di fuori dal perimetro dei benefici e sarebbe soggetto alle aliquote ordinarie, di gran lunga superiori del 15%. Con le nuove norme, lo stesso lavoratore si troverebbe invece dentro la soglia di garanzia, beneficiando di un regime fiscale di tutto vantaggio.

In altre parole il destino di centinaia di migliaia di partita iva dipende dalle tabelle allegate alla manovra. Le categorie che vedranno calare il reddito massimo per l’accesso sotto i 30 mila euro saranno penalizzate, quelle che lo vedranno salire saranno avvantaggiate. Un’impostazione, quella tradotta nel testo della legge di stabilità, non pienamente condivisa da parti dello stesso governo: “Invece di differenziare le diverse soglie a seconda dei settori di attività sarebbe stato preferibile alzarla a tutte le categorie a 35-40 mila euro”, sottolinea Zanetti. “Non credo che il compito della legge di stabilità sia di redistribuire i benefici in modo selettivo tra le varie partite iva, a beneficio di alcune e a scapito di altre. Spero che nel suo passaggio parlamentare il testo possa cambiare”.

Soglie di accesso a parte, cambia completamente anche il sistema di imposizione. Se prima l’aliquota del 5% si applicava al reddito complessivo, al netto dei costi, ora l’imposta cresce sì al 15% ma l’imponibile a cui si applica si determina in modo più semplice, applicando al fatturato un coefficiente di redditività variabile a seconda delle categorie. “Si sta lavorando a soglie di redditività variabili da un minimo del 40 a un massimo del 78%”, prosegue Zanetti. “Si tratta di un ottimo strumento perché consente di minimizzare gli adempimenti in capo ai lavoratori, per calcolare le imposte sarà sufficiente tenere conto dei ricavi e applicare le percentuali di redditività riferite alla propria categoria professionale”.

In altre parole, niente più raccolte di scontrini e “scartoffie” da presentare al commercialista. Sarà sufficiente mettere da parte le proprie fatture, sommarle, e applicare la percentuale stabilità dal governo. Sul risultato si applicherà la nuova aliquota del 15%. Per le nuove partite Iva invece, a determinate condizioni, il reddito imponibile sarà ridotto di un terzo.

Niente panico però per chi si trova attualmente nel vecchio regime dei minimi con aliquota al 5%. Il governo ha fissato una norma transitoria che assicura chi si trova nelle regole precedenti fino al 31 dicembre 2014 di restarci fino a scadenza naturale, cinque anni e comunque entro i 35 anni di età. Per le nuove partite Iva o per quelle che fino ad ora non rientravano nei requisiti per il regime dei minimi, dal prossimo anno scatteranno le nuove norme. Fonte