Nel numero della rivista scientifica inglese Philosophical Transaction of the Royal Society (PTRS) uscito il 6 dicembre, si parla del futuro dell'offerta di petrolio. Il consesso scientifico che ha redatto il numero è stato coordinato dal geologo petrolifero Richard G. Miller, esperto della BP attualmente in pensione. Dunque uno che conosce il problema e non ha più il problema di “piacere” ai propri datori di lavoro. Il numero è molto equilibrato e moderato nelle affermazioni e altrettanto documentato, quindi merita di essere letto per intero e con attenzione. Non ne esce quella visione ottimista che l'industria petrolifera ha cercato di far passare sui media negli ultimi due anni sfruttando il successo degli shales.

L'introduzione del numero monografico si apre con questa frase: Forniture abbondanti ed economiche di combustibili liquidi naturali costituiscono il fondamento delle economie industriali moderne, e attualmente la stragrande maggioranza di questi combustibili sono ottenuti dal cosiddetto petrolio 'convenzionale'.

L'offensiva di pubbliche relazioni dei petrolieri aveva preso di mira la cosiddetta teoria del Picco del Petrolio che lo sviluppo delle tecniche di fratturazione idraulica avrebbero smentito e messo in soffitta per sempre. Il numero della rivista inglese smentisce queste affermazioni pubblicitarie e fa tornare il dibattito su un piano di maggior sobrietà. In un seminario rilanciato dal quotidiano The Guardian, lo stesso Miller usa un’efficace metafora per descrivere il ruolo del gas e del petrolio di scisto (shale): “Siamo come un gruppo di cavie in gabbia che, avendo mangiato tutti i corn flakes disponibili, scoprono che possono mangiare anche il cartone delle scatole che li contenevano. E poi?”.

petrolio riserva mondoLungi dall'essere il “game changer”, come sono stati presentati, gli shale sono semplicemente un mezzo, economicamente costoso, e ambientalmente dannoso, con cui ritardare l'inevitabile Picco dei liquidi combustibili. Definizione quest'ultima resa necessaria dalla grande confusione che si fa fra i diversi tipi di idrocarburi liquidi. In effetti, i dati della IEA, mostrano che il greggio, o petrolio convenzionale, in pratica tutto il petrolio che ha alimentato l'economia della seconda metà del secolo XX, ha superato il picco intorno alla metà del decennio scorso. Il declino del petrolio convenzionale è stata bilanciato da quello non-convenzionale che include le sabbie bituminose, vari tipi di petrolio pesante e altre categorie, incluso lo shale, ma ciò non ha evitato l'uscita dall'era del petrolio a buon mercato che è considerata ormai un dato di fatto irreversibile.

E non impedisce a Miller di paventare un possibile nuovo shock petrolifero entro il 2020-2030. Abbiamo bisogno di scoprire e portare in produzione qualcosa come una nuova Arabia Saudita ogni 3-4 anni per soddisfare la crescita della domanda, e si deve “ringraziare” la contrazione delle economie dell'OCSE avvenuta dopo il biennio 2007-2008 se la domanda non è ancora più sostenuta. I dati sulle riserve reali e le risorse ipotetiche sono un segreto industriale o nazionale, e sono contenute in database spesso assai costosi (quello del CERA costa 1 milione di dollari).

Sulla stima di queste riserve si basano le previsioni di molti governi e della stessa IEA nella definizione delle strategie energetiche, ma, a parte l'aleatorietà dei dati disponibili, quello che conta non è la dimensione dell'insieme riserve/risorse, ma la velocità con cui queste possono essere portate in produzione, o, come dice di nuovo Miller, il problema non è la dimensione del serbatoio ma quella del rubinetto.

Una considerazione a parte deve essere inoltre fatta sugli effetti climatici che l'uso delle riserve reali o ipotetiche implicherebbe. Il tema è stato affrontato da Carbon Tracker e mostra che se, ad un certo punto nei prossimi anni, gli effetti climatici saranno tanto evidenti da indurre una resipiscenza nelle classi dirigenti e dunque una seria legislazione sulle emissioni di carbonio, gran parte delle riserve petrolifere (e in generale fossili) presenti oggi nei bilanci delle compagnie petrolifere saranno azzerati. Un ulteriore rischio economico-finanziario che sottolinea la complessità del nodo di una crisi sistemica che appare ormai senza soluzione al di fuori di una visione che includa organicamente i tre corni principali, quello economico, quello energetico e quello ambientale.

Concludendo l'articolo introduttivo, Miller e Sorrel commentano così l'insieme degli articoli comparsi nel numero di PTRS: “La maggior parte degli autori accettano che le risorse di petrolio convenzionale sono in una fase avanzata di esaurimento e che i combustibili liquidi diventeranno più costosi e sempre più scarsi. La 'rivoluzione' dello shale ha fornito un certo sollievo a breve termine, ma sembra improbabile che possa fare una differenza significativa nel lungo termine.  [..] Insomma, un rapido e pacifico adattamento alla scarsità di petrolio, in un modo che non distrugga l'ambiente globale, presenta all'umanità una sfida formidabile.”

Per alcuni anni la crisi economica, l'offensiva pubblicitaria dell'apparato industriale legato alle fonti fossili e gli errori che sono stati commessi nello sviluppo delle fonti rinnovabili, ha messo in ombra il fatto che la nostra società ha un bisogno impellente di mettere in atto una transizione energetica profonda. Abbiamo bisogno di più energia rinnovabile, più efficienza e di modificare profondamente il trasporto, e dobbiamo mettere in atto questa transizione prima che la finestra fossile si chiuda. Speriamo che il contributo scientifico del PTRS possa aiutare a rivitalizzare lo slancio riformatore in campo energetico. Fonte